Category Archives: Diritto di famiglia

genitore collocatario

Se il genitore collocatario ostacola il legame tra figlio minore e l’altro genitore

Cosa fare se il genitore collocatario, violando le decisioni del Giudice, impedisce o rende difficoltoso il rapporto del figlio minore con il genitore non collocatario.

A seguito di separazione, ovvero di divorzio può accadere che la conflittualità del rapporto di coppia si riverberi nel rapporto con i figli, sfociando in atteggiamenti ostruzionistici del genitore collocatario (ovvero del genitore presso il quale il figlio risiede prevalentemente), che può ostacolare, rendere più difficile, o, addirittura, impedire il rapporto del figlio con l’altro genitore.

Può accadere che nei giorni di visita del genitore non affidatario, l’altro accampi scuse, anche irrisorie, circa una presunta impossibilità del figlio di recarsi all’incontro, oppure che non comunichi preventivamente i relativi impegni di natura sportiva, familiare e sociale, al fine di escludere il genitore non collocatario dalla vita del figlio e rendere, così, più difficile lo sviluppo di un armonico rapporto.

Questi comportamenti nuocciono non solo all’altro genitore, ma soprattutto al figlio, che viene privato in questo modo del suo diritto alla bigenitorialità, ovvero del suo diritto ad avere un rapporto sereno ed equilibrato con entrambi i genitori.

Come può il genitore non collocatario, a tutela sua e del figlio, reagire e neutralizzare il comportamento ostruzionistico dell’altro genitore?

La soluzione ci viene fornita, principalmente, dall’art. 709 Ter Cod.Proc.Civ..

Il genitore leso nel suo diritto/dovere di esercitare la sua genitorialità nei confronti del figlio, può, infatti, rivolgersi  al Tribunale del luogo di residenza del minore, il quale può adottare, anche congiuntamente, una serie di provvedimenti quali:

  • Ammonire il genitore inadempiente;
  • Disporre il risarcimento dei danni a carico di uno dei genitori, nei confronti del minore;
  • Disporre il risarcimento dei danni a carico di uno dei genitori, nei confronti dell’altro;
  • Condannare il genitore inadempiente al pagamento di una sanzione amministrativa pecuniaria, da un minimo di 75 euro, ad un massimo di 5.000 euro, a favore della Cassa delle Ammende.

Il Giudice, ove ravvisi, poi, che detti provvedimenti non siano nel caso di specie sufficienti, può modificare direttamente i provvedimenti presi dall’originario Giudice in occasione del procedimento di separazione e/o divorzio, andando, nei casi più gravi, a trasformare l’affido condiviso in affido esclusivo.

Affido esclusivo questo cui si può approdare, in caso estremi, anche nell’ipotesi in cui sia il genitore non collocatario a non voler esercitare il suo diritto/dovere di visita del figlio.

genitore non collocatario

Mancato esercizio del diritto di vista da parte del genitore non collocatario – Conseguenze

Può verificarsi, infatti, anche il caso contrario, ovvero che il genitore non collocatario non intenda esercitare il suo diritto/dovere di frequentare i figli, affidati ad esso, congiuntamente all’altro genitore.

L’affido condiviso presuppone che entrambi i genitori siano parimenti presenti nella vita dei figli, cooperando alla relativa assistenza, educazione ed istruzione, in modo tale che venga garantita ai figli una stabile consuetudine di vita e salde relazioni.

Ma a volte accade che il genitore non collocatario mostri di non occuparsi in modo continuativo del benessere psicofisico dei figli, che non faccia alcuno sforzo per conoscerne e comprenderne i bisogni, lasciando all’altro il peso della relativa crescita.

Cosa è possibile fare in tal caso?

È possibile, in particolare, per il genitore collocatario, piuttosto che per il figlio, costringere l’altro genitore ad una frequentazione rispettosa quanto meno dei provvedimenti presi dal Giudice in sede di separazione e di divorzio?

La risposta è negativa.

Il diritto di visita non può essere oggetto di provvedimenti coercitivi:

“Il diritto-dovere di visita del figlio minore che spetta al genitore non collocatario non è suscettibile di coercizione neppure nella forma indiretta di cui all’art. 614-bis cod. proc. civ. trattandosi di una potere-funzione che, non sussumibile negli obblighi la cui violazione integra, ai sensi dell’art. 709-ter cod. proc. civ., una “grave inadempienza”, è destinato a rimanere libero nel suo esercizio quale esito di autonome scelte che rispondono, anche, all’interesse superiore del minore ad una crescita sana ed equilibrata» (Cass. Civ., Sez. I, Ordinanza 06.03.2020, n. 6471).

Il diritto di visita si sostanzia, cioè, in un potere/funzione destinato a rimanere libero nel suo esercizio, quale esito di autonome scelte e non può conseguentemente essere imposto.

Questo ovviamente non vuol dire che il disinteresse del genitore nei confronti del figlio non abbia conseguenze, ciò tanto più se le condotte contestate si traducano in una sostanziale dismissione delle funzioni genitoriali, ponendo seriamente in pericolo il pieno ed equilibrato sviluppo della personalità del minore.

L’inerzia del genitore non collocatario può, quindi, portare ad una eccezionale applicazione dell‘affidamento esclusivo in capo all’altro genitore (art. 316 c.c., comma 1), piuttosto che alla decadenza della responsabilità genitoriale e all’adozione di provvedimenti limitativi della responsabilità per condotta pregiudizievole ai figli (artt. 330 e 333 c.c.), ovvero alla responsabilità penale per il delitto di violazione degli obblighi di assistenza familiare (art. 570 c.p.).

Ovviamente per giungere ad una o più delle su esposte drastiche conseguenze, sarà necessario che il disinteresse del genitore non sia occasionale, ma continuativo,  espressivo di una chiara volontà di abdicare alla sua funzione genitoriale.

Avv. Paola Martino

genitore collocatario obblighi

mamma e papà

Non ho l’età….. per rimanere con mamma e papà

Quando viene meno il diritto per i figli maggiorenni di permanere  nella casa famigliare.

Nella nostra società non costituisce di certo un episodio isolato quello del permanere presso la casa famigliare dei figli una volta che questi siano divenuti, non solo maggiorenni, ma ampiamente adulti.

Questo uso comune e diffuso non pone alcun problema giuridicamente rilevante sin quando i genitori siano d’accordo con detta convivenza.

Ma cosa accade se mamma e papà dicono di no?

Sino a che età, cioè, il figlio maggiorenne ha diritto, di permanere “gratuitamente” nella casa familiare.

Sul punto, la giurisprudenza tanto di legittimità che di merito è intervenuta individuando nei 34 anni del figlio il limite temporale dell’obbligo di mantenimento in capo ai genitori e con esso il diritto del figlio di permanere all’interno della casa familiare.

Ma cosa accade se, superato quel limite temporale, il figlio non sia, in ogni caso, ancora divenuto economicamente autosufficiente.

Sono obbligati in tal caso i genitori a tenere il figlio in casa con loro?

La risposta è negativa.

La giurisprudenza ritiene che, superato detto limite temporale, debba ritenersi esaurito l’obbligo dei genitori di perseguimento di un progetto educativo e di un percorso di formazione, quale che siano i risultati raggiunti dal figlio.

Con la conseguenza che al compimento dei 34 anni, il figlio non economicamente autosufficiente può, ove ricorrano le condizioni, pretendere dai genitori unicamente gli alimenti;

diritto agli alimenti questo certamente più contenuto e ristretto rispetto al diritto al mantenimento, non comprendente, tra l’altro, diritto di abitare nella casa familiare.

L’art. 443 del Codice civile, statuisce, infatti, che “chi deve somministrare gli alimenti ha la scelta di adempiere questa obbligazione o mediante assegno alimentare corrisposto in periodi anticipati, o accogliendo e mantenendo nella propria casa colui che vi ha diritto”.

Pertanto, il permanere presso la casa familiare del figlio ultra trentaquattrenne, ma non autosufficiente, è rimesso alla scelta del genitore che, ove voglia, potrebbe richiedere al figlio convivente di rilasciare e liberare l’immobile occupato, con il solo limite di concedergli un termine ragionevole, salvo, nell’ipotesi in cui opti per l’allontanamento, l’obbligo di corrispondergli tramite assegno periodico gli alimenti.

assegno divorzile

Assegno divorzile a coniuge economicamente autosufficiente

Divorzio – Tribunale di Roma – Assegno divorzile a coniuge nonostante relativa autosufficienza economica – Rilevanza della storia familiare – Contributo della moglie alla crescita professionale del marito – Esclusione comunque dell’utilizzo del criterio del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio

Il Tribunale di Roma in una recente sentenza del luglio 2017 ha riconosciuto, in fase di divorzio, un rilevante assegno divorzile di mantenimento di € 1.600,00 a favore del coniuge economicamente più debole – nel caso di specie la moglie – nonostante le stessa fosse dal punto di vista economico del tutto indipendente.

Sul punto si ricorda come la Corte di Cassazione, andando a modificare una giurisprudenza consolidata da decenni, con la sentenza n. 11504 del 10.05.2017 ha inaugurato, in tema di assegno divorzile, un nuovo orientamento, scardinando il dogma della conservazione, successivamente al divorzio, del tenore di vita goduto durante la pregressa vita matrimoniale.

La Cassazione ha quindi statuito – valorizzando il principio dell’autoresponsabiltà economica dei coniugi – che ove il coniuge avente teoricamente diritto all’assegno di mantenimento, ovvero economicamente più debole – versi in una condizione di obiettiva indipendenza economica, lo stesso non abbia diritto ad alcun assegno.

Il Tribunale di Roma nella sentenza sopra citata ha ritenuto di non recepire tout court l’insegnamento della Corte, ma di adattarlo alle specificità del caso sottoposto al suo giudizio.

Invero, nel caso in parola è stato riconosciuto all’ex moglie il diritto ad un rilevante assegno di mantenimento nonostante la stessa avesse un reddito annuo netto di circa 35.000,00 euro.

Le ragioni del riconoscimento sono da ricercarsi nella particolare storia familiare che aveva contraddistinto la coppia di coniugi.

Nel corso del giudizio era infatti emerso come la moglie avesse lasciato il suo lavoro a tempo indeterminato per seguire il marito, aiutandolo ad intessere una fitta rete di rapporti sociali che lo avevano agevolato nella sua carriera di neurochirurgo e che, solo dopo che i coniugi si erano nuovamente stabiliti nella città di origine, la stessa aveva ripreso a lavorare, ma questa volta con contratti a tempo determinato, scontando il tempo di lontananza dal mondo del lavoro.

Ove si consideri che nel caso di specie la moglie non aveva alcuna casa di proprietà e che il divario tra i redditi dei due coniugi era notevole, appare evidente come la ratio della attribuzione dell’assegno in parola di € 1.600 non era quello di garantire alla donna lo stesso tenore di vita goduto durante il matrimonio – molto più cospicuo dovendo essere in questo caso l’assegno medesimo – bensì, per usare le stesse parole del Tribunale, quello di garantire “una prospettiva di stabilità abitativa nonostante la mancanza di beni patrimoniali e sotto questo profilo liberarla da una potenziale condizione di incertezza legata alla non prevedibilità del suo futuro lavorativo”.

Detta sentenza costituisce pertanto un interessante precedente del Tribunale capitolino per il quale l’autosufficienza economica del coniuge più debole non esclude automaticamente il riconoscimento allo stesso dell’assegno divorzile, dovendo la relativa spettanza essere determinata avuto riguardo alla specifica storia che di volta in volta ha contraddistinto la ex coppia.

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